qualche anziano relitto ricorderà i tempi dorati della milano da bere, quando il cognatissimo era il sindaco e tutt'italia "bene" pullulava di ristoranti pretenziosissimi il cui unico pregio era il prezzo mostruoso.
all'epoca, si assisteva comunemente a orde di sedicenti gurmè - quasi sempre incapaci di distinguere una gomma da masticare da un'oliva, nonostante il nocciolo fosse una specie di aiutino - schiaffare rucola dovunque, nella pasta, con gli affettati, carne, insalate, e non sono sicuro che sia un'esagerazione, a momenti pure nel caffè.
tanto era l'ossessione fighetta e ricchionesca della rucola che non potevi girarti per fare i cazzi tuoi senza sbattere in qualche genialata con sta fetentissima erbaccia dentro (beninteso, la rucola in sé ha anche un suo gusto particolare, ma ci scassò veramente il cazzo a stare sempre in mezzo).
quasi contemporanea era la fissa - tipicamente da ristorante scic questa - per la panna. panna dappertutto. primi zeppi di panna, fetentissime fettine in padella annegate nella panna, panna sulle verdure, perfino nella carbonara, che escoffier vi stramaledica.
i cattivi potrebbero anche ricordarsi che abboffare una cosa di panna è un vecchio schiferrimo trucco per accuvare la non proprio frescherrima freschezza degli altri ingredienti, ma non facciamo sempre i malepensanti.
ultimo arrivo sul carretto degli scef del cepu, innocente ingrediente che merita di meglio che venire spavezato di questa maniera, il pomodorino pachino.
da un po' di tempo in qua lo vedi inchiavicato da tutte le parti spesso e volentieri a cazzo di cane.
e talvolta - visto fare da un crapone in tv - menato in una padella sano sano. che essendo pieno d'acqua quando lo scaldi non si schiatta e inonda il resto di brodo di pummarola, nossignore.
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